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Saggio breve su Manzoni

TITOLO:

"Che cosa è cambiato dal Fermo e Lucia ai Promessi Sposi"

SVOLGIMENTO:

Manzoni prima di giungere alla versione finale dei Promessi Sposi passa attraverso due edizioni dell’opera: al 1821-23 risale la prima edizione chiamata “Fermo e Lucia”; nel 1827 Manzoni pubblica la seconda edizione col titolo di “Gli Sposi Promessi”; nel 1840 invece, arriva l’edizione finale del capolavoro Manzoniano: “I Promessi Sposi”. La vera svolta è presente dalla prima alla seconda edizione dove non solo i personaggi modificano il loro nome: Fermo Spolino diventa Renzo Tramaglino, filatore di seta, Lucia Zarella diventa Lucia Mondella, fra Galdino, il cappuccino che protegge i fidanzati, assume il nome di padre Cristoforo, il Conte del Sagrato riceve la misteriosa denominazione dell'innominato, Marianna De Leyva diventa l'anonima monaca di Monza; ma sono introdotti tagli decisi alla narrazione; le vicende dei due personaggi storici per eccellenza (perché sono il frutto di una pignola consultazione delle cronache del tempo), ossia l'innominato e la monaca di Monza, sono sfumate e ridotte. Inoltre, sembra che Manzoni voglia davvero fare di Don Rodrigo l'incarnazione del male di tutto un secolo. Nel Fermo e Lucia, infatti, egli è scosso da una vera passione per la ragazza e vive una tremenda crisi di gelosia nei confronti di Fermo. La sua persecuzione, in fondo, nasce da un sentimento che potrebbe, se non giustificarla, renderla umanamente comprensibile. Nella seconda edizione, invece, gli ostacoli che frappone alle nozze nascono da una futile scommessa stipulata con il cugino Attilio, superficiale e prepotente come lui.
Nell'edizione del Ventisette il Manzoni attua anche tagli decisi nelle parti più specificatamente metodologiche e storiografiche: abolisce la dissertazione sul problema della lingua del romanzo e toglie tutta la documentazione dei processi agli untori (presunti responsabili della diffusione della peste a Milano) che ha rinvenuto negli atti riportati dalle cronache milanesi.
Non mancano, infine, le aggiunte: poche, ma utili per infondere al romanzo quel tono di realismo, arricchito da un umorismo sottile che tempera la drammaticità di alcuni episodi.

Invece, dalla seconda all’ultima edizione il Manzoni si concentra principalmente sulla lingua del Romanzo: Egli vuole fare del suo romanzo un'opera italiana, e non lombarda. Nello stesso anno in cui pubblicò la seconda edizione: 1827, si recò, pertanto, a Firenze a “risciacquare i panni in Arno”, ovvero ad imparare il fiorentino; qui sottopose il suo romanzo ad un’accurata revisione linguistica sul modello del fiorentino.
Il sogno di Alessandro Manzoni era proprio questo: l’unificazione linguistica basata appunto sull’uso del fiorentino vivo, utilizzato proprio nella sua opera. Ma vi furono molte critiche riguardo questa idea, tra cui quelle di Ascoli, un glottologo. Secondo quest’ultimo, non è possibile imporre astratte soluzioni linguistiche, una lingua unitaria può nascere solo dal complesso della vita civile di un popolo.

 

 

  

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